Ci sono silenzi che proteggono e silenzi che, lentamente, cominciano a costruire una distanza. Non accade all’improvviso. All’inizio sembra soltanto che non sia il momento giusto: siamo stanchi, abbiamo altro da fare, temiamo di non trovare le parole adatte. Così rimandiamo. Poi ciò che avremmo voluto dire perde la sua forma originaria e si mescola alle interpretazioni, alle attese e alle piccole delusioni accumulate nel frattempo.
Nelle relazioni non ci allontaniamo soltanto per le parole sbagliate. A volte ci separa ciò che non ha mai avuto la possibilità di essere pronunciato: una paura nascosta dietro un rimprovero, una richiesta di vicinanza trasformata in freddezza, un bisogno che abbiamo considerato troppo fragile per mostrarlo. L’altro vede il gesto, ma non sempre può conoscere ciò che quel gesto stava cercando di difendere.
Parlare non significa dire tutto, né pretendere che ogni verità venga immediatamente compresa. Significa assumersi la responsabilità di non lasciare che il silenzio parli sempre al nostro posto. Perché il silenzio, quando dura troppo, non resta vuoto: viene riempito dalle nostre paure. E quasi sempre le paure raccontano una storia più dura della realtà.
Forse la parola necessaria non è quella perfetta. È quella sufficientemente sincera da interrompere l’automatismo della distanza: «Non so come dirtelo, ma non voglio continuare a tacere». A volte una relazione ricomincia proprio da qui, non da una soluzione, ma dalla disponibilità a tornare visibili l’uno all’altro.
Quale parola continui a rimandare, mentre tra te e qualcuno cresce una distanza che non desideri?