Copertina di Non è un addio di Tito Bisson

Estratto in anteprima

Non è un addio

Prefazione — A chi manca qualcuno

Tito Bisson

1

Prefazione

A chi manca qualcuno

Ci sono assenze che impariamo a raccontare e assenze che continuiamo semplicemente ad abitare.

A volte trascorrono mesi, altre volte anni, la vita riprende il suo ritmo, le giornate si riempiono di impegni, le persone attorno a noi smettono lentamente di chiedere come stiamo e, dall’esterno, tutto sembra tornato alla normalità, eppure basta un dettaglio insignificante per accorgersi che alcune perdite continuano a vivere dentro di noi in modi che non avevamo previsto.

Può essere una canzone ascoltata distrattamente alla radio, un profumo incontrato per strada, una fotografia ritrovata in un cassetto, una ricorrenza che arriva senza chiedere permesso, oppure qualcosa di ancora più semplice: una frase che avremmo voluto raccontare a quella persona e che, per un istante, ci fa dimenticare che non possiamo più farlo.

In quei momenti il tempo sembra comportarsi in modo strano, ci accorgiamo che la distanza tra oggi e il giorno della perdita non si misura sempre in mesi o anni. Alcuni ricordi restano vicini, alcune ferite cambiano forma senza scomparire, alcuni legami continuano a esistere anche quando la persona che li ha resi possibili non è più accanto a noi.

Se stai leggendo queste pagine, è probabile che qualcuno ti manchi, forse hai perso un genitore, un partner, un figlio, un fratello, un amico, forse la perdita è recente e il dolore è ancora così intenso da rendere difficile persino immaginare il futuro, oppure sono passati molti anni e ti sorprende che, nonostante il tempo trascorso, esistano ancora momenti in cui l’assenza si fa sentire con una forza inattesa. Qualunque sia la tua storia, c’è una cosa che accomuna molte persone che vivono una perdita: la sensazione che il mondo continui a muoversi mentre una parte di loro resta ferma.

La vita prosegue. Le persone lavorano, fanno progetti, organizzano vacanze, parlano del futuro, eppure chi ha perso qualcuno di importante spesso vive una realtà diversa, nella quale il tempo sembra avere due velocità: una esterna, visibile a tutti, e una interna, fatta di ricordi, emozioni e domande che continuano ad accompagnarci molto tempo dopo la perdita.

Questa doppia velocità può far sentire profondamente soli, gli altri vedono ciò che riprende: il lavoro, le conversazioni, le abitudini, i gesti ordinari, chi soffre, invece, sente anche ciò che non riprende nello stesso modo: una domanda senza destinatario, una stanza cambiata nel silenzio, un futuro da immaginare senza la persona che ne faceva parte.

Per anni il lutto è stato descritto come un percorso composto da fasi, tappe e passaggi obbligati. Alcune di queste teorie hanno aiutato molte persone a comprendere meglio ciò che stavano vivendo, tuttavia chiunque abbia attraversato una perdita significativa sa che il dolore raramente segue una linea ordinata e prevedibile.

Non esiste un calendario universale del lutto.

Non esiste una data entro la quale dovremmo stare meglio.

Non esiste una reazione giusta e una sbagliata.

Ci sono persone che piangono ogni giorno e altre che non riescono a piangere affatto, persone che sentono rabbia, persone che si sentono in colpa, persone che provano sollievo dopo una lunga malattia e, proprio per questo, si vergognano delle proprie emozioni, persone che continuano a parlare con chi hanno perso e persone che evitano qualsiasi ricordo perché troppo doloroso.

Il lutto assume forme diverse perché diverse sono le relazioni che abbiamo costruito nel corso della nostra vita. Non soffriamo soltanto per l’assenza di qualcuno, soffriamo per tutto ciò che quella persona rappresentava: le abitudini condivise, i progetti interrotti, le parole rimaste in sospeso, le possibilità che non avranno più occasione di realizzarsi.

Per questo il dolore non può essere ridotto a una semplice reazione emotiva, racconta qualcosa del legame che abbiamo vissuto, dell’importanza che quella persona ha avuto nella nostra storia, del posto che occupava nella nostra identità e nella nostra idea di futuro. Molte persone arrivano a credere che l’obiettivo del lutto sia smettere di soffrire, altre pensano che il compito più importante sia riuscire a lasciar andare, alcune si convincono che stare meglio significhi dimenticare, altre vivono con il timore che tornare a sorridere possa rappresentare una forma di tradimento, sono convinzioni comprensibili.

Quando perdiamo qualcuno che amiamo, il dolore diventa spesso una delle ultime connessioni tangibili con quella persona, rinunciare a quel dolore può sembrare, almeno in parte, come rinunciare al legame stesso. In questa paura c’è spesso una forma nascosta di fedeltà, come se soffrire ancora fosse l’unico modo per dimostrare che quell’amore non è stato dimenticato, ma il dolore non coincide con l’amore, a volte ne custodisce la traccia, altre volte ne diventa la prigione.

Il cuore di questo libro nasce da una prospettiva diversa, che ho incontrato molte volte nelle storie di chi ha attraversato una perdita importante, il lutto non consiste nell’imparare a vivere senza chi abbiamo perso, consiste nell’imparare a vivere in modo diverso con ciò che abbiamo perduto. La differenza può sembrare minima, ma cambia profondamente il modo di guardare alla perdita. Vivere senza qualcuno suggerisce una separazione definitiva, vivere in modo diverso con ciò che abbiamo perduto significa invece riconoscere che alcuni legami continuano a trasformarsi anche dopo la morte.

Questa prospettiva non chiede di ridurre l’amore a memoria, né di trasformare la persona perduta in un pensiero consolatorio, chiede piuttosto di riconoscere che alcune presenze, quando non possono più essere incontrate fuori di noi, continuano a modificare il modo in cui abitiamo il mondo. Il legame non resta identico, ma non per questo diventa meno vero, la persona non è più presente fisicamente, non possiamo parlarle come facevamo un tempo, non possiamo condividere nuovi momenti, eppure ciò che ha lasciato dentro di noi continua a esistere: nei ricordi, nei valori trasmessi, nei gesti imparati, nelle parole che ancora utilizziamo, nelle scelte che compiamo, in alcune parti della nostra identità che portano la sua impronta.

Questo non elimina la sofferenza, non rende meno dolorosa l’assenza, non cancella il vuoto che certe perdite lasciano dietro di sé, ma può offrire un modo diverso di guardare al rapporto tra amore, dolore e continuità.

Nelle pagine che seguono parleremo di tristezza, rabbia, colpa, rimpianto e solitudine, parleremo del tempo, delle ricorrenze, dei ritorni improvvisi del dolore e delle trappole che possono rallentare il processo di elaborazione, parleremo della paura di dimenticare, della paura di stare meglio e di quella particolare sofferenza che porta alcune persone a identificarsi completamente con il proprio dolore, ma parleremo anche di memoria, continuità, significato e trasformazione.

Non per negare la perdita.

Non per addolcire la realtà della morte.

Ma per esplorare la possibilità che l’amore assuma forme diverse da quelle che conoscevamo.

Questo libro non promette guarigioni, non offre scorciatoie, non propone formule capaci di cancellare il dolore, offre, piuttosto, uno spazio di riflessione, comprensione e compagnia.

Uno spazio nel quale il lutto non viene trattato come una debolezza da correggere o una malattia da eliminare, ma come una delle esperienze più profonde e universali dell’esistenza umana.

Se qualcuno ti manca, queste pagine sono per te, non perché possano restituirti ciò che hai perduto, ma perché forse possono aiutarti a guardare il tuo dolore con occhi diversi e, un passo alla volta, a scoprire che esistono modi nuovi di continuare ad amare anche quando la presenza fisica non è più possibile.

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